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Friday, 18 January 2008

 

Pubblichiamo ampi stralci dell’articolo di Carlotta Degli Innocenti
apparso sulla rivista on line “Italiani” del 31/03/08.
Una denuncia di alcune costanti
(sadismo, nazismo, satanismo, pedofilia...)
che, sotto le mentite spoglie dell’arte,
connotano, insieme al cretinismo e alla faciloneria,
gran parte dell'Internazionale Neoavanguardista.

M.R.

 

"SE QUESTA E' ARTE"

Di Carlotta Degl'Innocenti

“Ogni atto che comporti l’uccisione di un animale senza necessità è biocidio, cioè un delitto contro la vita”. (Articolo 11, Dichiarazione Universale dei diritti dell'animale" - Bruxelles, 26 gennaio 1978)


La violenza spacciata per arte non è espressione creativa, ma perversione imposta alla collettività.
Tale Guillermo Vargas
, nel 2007, in una galleria di Managua ha organizzato la performance “Sei quello che leggi”. Un'azione atroce che consisteva nell’esibire la morte per fame e sete di un povero cane randagio di nome Nativity, legato ad una catena, con, a qualche metro di distanza una ciotola di cibo e acqua che l’animale non poteva raggiungere.
Habakkuk, “nome d’arte”di Guillermo Vargas, ha documentato la morte del cane sotto l’occhio dei passanti, scatenando l’ira di oltre 170 associazioni animaliste. L’Unione Europea nell’ottobre del 2007 ha messo al bando l’arte omicida, facendo interdire Habakkuk nei principali musei europei.

 

Chi tortura in questo modo un povero cane randagio domani può farlo con un bambino, con una donna, con un uomo. Il suo messaggio è un insegnamento devastante per i giovani.

Per capire meglio da dove provenga il filone dell’”artista” costaricano dobbiamo risalire almeno agli anni Sessanta, epoca nella quale numerosi “artisti” (come lui – n.d.e.) diedero vita alla messa in scena di violenze sia sul proprio corpo che sugli animali. Questa tipologia di tortura, documentata con tanto di fotografie e video denominati “performing test”, è stata definita “arte ritualista”.

L’uccisione reale sulla scena, oppure il sangue animale recuperato dagli abbattimenti e utilizzato come colore pittorico, sono gli strumenti e il medium di questa "tecnica artistica".

Tra i capofila di questa tendenza troviamo i membri dell’Azionismo Viennese (da non confondere con quello sturziano – n.d.e.) Hermann Nitsch, Gunter Brus, Otto Muehl e (nientemeno! – n.d.e.) Rudolph Schwartzkogler. L’unico sopravissuto della demenza collettiva attuata da queste improvvisazioni resta Hermann Nitsch, ancora piuttosto quotato, esposto nelle maggiori collezioni museali internazionali e presente nelle gallerie d’arte.
Hermann Nitsch realizzò una serie di performance intitolate "Orge-Misteri-Teatro" che implicavano lo smembramento di animali, l’utilizzo del sangue e soprattutto il necessario sostegno “critico” che si celava dietro il concetto di simbolismo religioso tradizionale. Del cosiddetto Teatro d'Azione, nel quale l’artista introdusse sostanze organiche come i corpi di vitelli e pecore sventrate, liquidi corporali come il sangue e l'urina e paramenti liturgici come mitre cardinalizie, ostensori e croci, e tuttora praticato da Nitsch, restano alla memoria alcune “action-happenings” clamorose.
Nel 1971 costui scelse il castello di Prinzendorf an der Zaya a sessanta chilometri da Vienna, nel sud dell’Austria, come luogo nel quale mettere in atto le sue deliranti elucubrazioni: dal musical “Rocky horror pictures show” alla realtà squallida della perversione. Nel 1974 una performance intitolata “48th Action”, fu attuata al Teatro Moderno di Monaco, con lo sventramento di un agnello, le cui interiora e il cui sangue furono versati sopra un uomo nudo, mentre l'animale dissanguato fu appeso sopra la sua testa. Dal 3 al 9 agosto 1998, Nitsch organizzò una “Sei giorni”, al castello di Prinzendorf, alla quale presero parte un centinaio di attori. Le serate erano accompagnate dalle note di strumenti a fiato, archi, percussioni, orchestrine, canti di gruppi popolari e una schola cantorum di Canti Gregoriani. Parteciparono oltre 1000 spettatori.
Per la scenografica orgia erano previsti 13000 litri di vino, 1000 chili di pomodori, 1000 chili di uva, 10000 rose, 10000 altri fiori e 1000 litri di sangue. Per la kermesse sanguinolente Nitsch ha fatto portare maiali e pecore, già squartati, e tre tori vivi, macellati sul posto da professionisti. La manifestazione fu denunciata da Brigitte Bardot che ne aveva chiesto il fermo. Nitsch che aveva ricevuto minacce di morte da attivisti animalisti richiese una forte presenza di polizia.

Molti “artisti” europei, dagli anni Sessanta ad oggi, hanno usato sangue animale ed umano in azioni violente concentrate sul corpo. In Italia Vito Acconci e Piero Manzoni diedero vita ad alcune performance squallide. Tra cui la pittura con escrementi e pratiche di autolesionismo.

Tra gli esponenti dell’Azionismo Viennese, come sottolinea Carlo Maresca nello scritto “Alcune informazioni sul ‘professore’ Nitsch”, Rudolph Schwartzkogler si è suicidato a 29 anni, mentre la maggior parte degli artisti protagonisti dell’azionismo hanno accusato disturbi psichici e alcuni sono finiti in carcere.

Il teatro dell’orrore inscenato dall’artista della Costarica è stato una vera e propria esecuzione mediante lunga tortura di un essere vivente e un’azione vergognosa che solo menti fortemente bacate possono definire “arte”. Se il Madc (Museo de arte y diseño contemporaneo) difende Habacuc Vargas, la sua partecipazione a manifestazioni artistiche sta scatenando lo sdegno internazionale.

Anche se nella nostra società siamo obbligati ogni giorno a sentire racconti che fanno rabbrividire, non si possono accettare a livello istituzionale “performance” di questo tipo.
La follia, seme scatenate della violenza, si associa alla depravazione sadica dei singoli. Tanto più se si considera l’universo sommerso della pedo pornografia, degli snuff movie (film pornografici in cui a morire sono giovane ragazze o ragazzi) oppure la prostituzione infantile. Lo sfruttamento degli esseri più indifesi come nell’allevamento degli animali da pellicce oppure nell’abbattimento senza scrupoli, a colpi di bastone, di oltre 275mila piccoli di foche in Canada, sono alcuni esempi di queste violenze istituzionalizzate.

Va da se che l’espressionismo nato alla fine dell’Ottocento, il cui simbolo è incarnato dal fatidico “Urlo” di Edward Munch, non è depravazione né deviazione psichica. Il polo positivo dell’Espressionismo (con la sua carica di accesa moralità sociale – N.d.e.) portato avanti nel XX secolo da numerosi artisti quali Lucian Freud, Francis Bacon, e la Neue Sachlichkeit (Nuova Oggettiva) tra i quali spiccano George Grosz, Otto Dix e Max Beckmann, si discosta anni luce dalla visione contorta di queste “spettacolarizzazioni” della violenza.

L’istinto animale volto alla crudeltà della caccia e della sopraffazione è persino contorto dai procedimenti concettuali odierni. La spiritualità dei dipinti preistorici è di per sé annullata e forzata dall’intellettualismo dei cosiddetti artisti. Eppure il connotato di realismo e di performance che si presentano come specchio della nostra società applicate come catarsi non sono altro che una reiterazione della violenza. Il tempo mediatico attuale ha moltiplicato le potenzialità dei propri messaggi e soprattutto ha sopraffatto la psiche della collettività. Quanto un’opera, come una scultura, un dipinto o un disegno, ha un tempo di fruizione che pretende uno scambio reciproco con lo spettatore tanto la televisione, così i video o il teatro totale coinvolgono lo spettatore in sbalzi emotivi e spesso incontrollati.

La spettacolarizzazione della violenza e del massacro è oramai un filone solido nella pseudoarte contemporanea. Tecnica che viene utilizzata a secondo della definizione e dell’applicazione del concetto dato da ciascun “artista”. L’orrore e le denunce non servono quasi mai a nulla. Anzi.

Alla Biennale di Venezia del 1999 fu data addirittura la menzione d’onore a Katarzyna Kozyra, una polacca che aveva esordito nel 1993 con una “opera-tesi” intitolata “Pyramid of Animals”: l’installazione presentava un cavallo, un cane, un gatto e un gallo imbalsamati posti l’uno sopra l’altro. L’opera era corredata di un video che mostrava l’artista intenta a scegliere gli animali tra quelli destinati al macello e il processo di macellazione e scuoiamento del cavallo.

E ancora, nel 2007 alcuni “amanti” del teatro si sono scandalizzati perché al Carniceria Teatro di Milano venne interrotto uno spettacolo di Rodrigo Garcia intitolato “Accidens-Matar para comer”. In tale rappresentazione, l’attore seduto sotto un astice appeso a un filo di nylon, in contemplazione per dieci minuti, lo bagnava con dell’acqua, e un microfono a contatto del crostaceo ne amplificava il rumore. Successivamente si poteva assistere alla scena in cui l’attore prendeva e uccideva l’astice allo scopo di cuocerlo e mangiarlo, senza omettere però di tagliarli prima le chele e aprirlo, accompagnato da una canzone di Louis Amstrong e da un video che proiettava il mare.

Un esponente della “Young British Artist”(!) è stato denunciato dagli abitanti del quartiere di Londra dove aveva impiantato la sua fabbrica di messa sotto formalina degli animali. I vicini si sono lamentati dell’odore fetido e cadaverico proveniente dal suo “atelier”. Eppure “l’imbalsamatore” è un quotato “artista contemporaneo, i cui orrori raggiungono prezzi incredibili alle aste.

Durante la Biennale di Venezia del 2007, al Palazzo Benzon, Jean Fabre esponeva tra le opere la fotografia di due gatti agganciati a ferri di macellai.

Anche “ Documenta Kassel”, proseguendo coi musei degli orrori, (in cui non poteva mancare – n.d.e.) ha ospitato numerosi “artisti” che si compiacciono delle crudeltà del nostro e di tutti i tempi.

Non a caso pare che Habakkuk si sia nascosto dietro il concetto di denuncia per realizzare la sua performance con il cane “Nativity”. Infatti avrebbe dichiarato che la performance voleva sollevare il problema delle decine di migliaia di cani randagi che, nella sua città natale San José in Costa Rica, muoiono di fame e di malattie nella indifferenza di tutti. Nativity era una creatura fragile e sarebbe morta comunque su una strada”. Viene da chiedersi perché non abbia documentato come salvarlo, un animale, anziché torturarlo a morte.

Carlotta Degl’Innocenti

 

"ARTE E RAZIONALISMO"

Di Marco Rossati

Già dal Seicento, con lo sviluppo del pensiero razionalista, l’arte fu traversata da una crisi destinata a modificarne rapidamente gli aspetti più profondi. Non, però, tale da comprometterne il ruolo civile e storico fino a negare l’utilità della sua stessa esistenza, come avvenne dalla seconda metà dell’Ottocento, ossia dai primordi della fotografia. La crisi che investì, non solo l’arte, ma l’intero pensiero europeo nel Seicento fu una “krisis” nel senso etimologico, vale a dire una “separazione” vera e propria dai suoi precorsi ideali, nella fattispecie, una scissione dalla precedente concezione dell’universo di cui l’arte era stata, oltre che tra le più alte espressioni, tra i massimi artefici.

Se, ovviamente, la cosa comportò profondi mutamenti in tutti i settori, nel campo dell’arte generò una rivoluzione tale da investire sia il “cosa rappresentare” sia il “mediante quali forme”.

L’arte rinascimentale s’era fondamentalmente sostanziata nelle forme più atte a rappresentare le armonie divine e portarle su questa “Terra opaca”, per accrescervi la luce ed elevarne la temperie. Processi in cui era basilare indirizzare verso fini “umani” le intelligenze degli spiriti e le forze nascoste della natura. Già le tematiche e i canoni aspiranti all’universale, sublimemente improntati (nell’umanesimo e nel Rinascimento) ad uno “spiritualismo” riduttivamente collocabile tra neoplatonismo e pensiero magico alchemico, ben poco avevano a che spartire con la temperie e l’arte medievali, che rifuggivano le forme “mondane” per innalzarsi alla ricerca del Regno dei Cieli (soprattutto l’arte bizantina).

Ma nel trionfante mediare rinascimentale tra sostanze (e forme) dello spirito con la materia, tra iperuranio e fenomeno terreno, che, rispetto alla misticità medievale, potremmo definire analitico e perfino pragmatico (si pensi, ad esempio, a Leonardo), in quel mediare non è difficile riscontrare molto più dei germi dell’esplosione razionalista ormai innescata da tempo e che causò le conseguenze epocali a tutti note: lo sviluppo incontenibile del pensiero laico, l’avanzamento delle scienze come mai neppure immaginato, i profondi processi di trasformazione sociale e quant’altro.

Non mancarono, però (la coperta è sempre corta o stretta) contropartite negative, forse non per tutti visibili, ma non meno epocali. Prima fra tutte, l’ulteriore distanziamento tra l’uomo e il suo mistero, il suo sentirsi partecipe (o speranzoso) di una sfera eterna e spirituale sempre più percepita come qualcosa di velleitario e improbabile e che anno dopo anno, giorno dopo giorno, metteva sempre più a nudo la propria non sperimentabilità; e presto, per rigore razionalistico, la sua sostanziale inesistenza. .

L’Uomo assoluto non c’era più, neppure nelle idee; era stato modificato in un’entità più agibile, meglio utilizzabile sulla sconfinata superficie terrestre ancora tutta da plasmare, da sfruttare mediante questa nuova magia neo alchemica che già aveva cominciato a invadere la storia. L’Adamo perfetto centro dell’universo, era stato sostituito dal suo moltiplicarsi, l’Umanità, una congerie in scala di similitudini a lui inferiori e tra loro diversi: gli individui.

E Umanità e individui erano ormai posti su nuove strade, tutte dirette verso i mondi della materia e i fenomeni ad essa correlati. La parola “spirito” era ormai diventata, nella migliore ipotesi, una metafora dell’intelligenza. Artefici primari di quest’ennesima svolta della storia, i nuovi araldi che il Demiurgo (o chi per lui) aveva preposto al cambiamento dei tempi: Galileo, Caravaggio e, cronologicamente, gli altri.

Pigliamo Michelangelo Merisi da Caravaggio, artista tra i più grandi, che, ancora ragazzo, trasforma l’a pittura manierista dentro cui s’era formato (e di cui è rimasto intriso fino all’ultimo) in un mondo iconografico dove ha sempre più il sopravvento, non già il misterioso canone delle armonie ideali, ma la rappresentazione d’eventi scaturiti dai moti della materia nelle loro infinite complicanze. La luce della ragione, che non può illuminare le analogie o le anagogie, ma solo quelle entità di cui si hanno a disposizione almeno un po’ di dati quantificabili (spesso sensoriali), irrompe tagliente a dimostrare che gli Uomini non sono altro che l’umanità, vale a dire quegli individui di cui sopra, il loro corpo, malato, corrotto, sporco, destinato al macero. Lo stesso “penso quindi sono” cartesiano, volendo, non dà adito che a una favilla che dal corpo stesso può benissimo scaturire e, in ogni modo, non necessariamente connettibile all’idea di eternità. A dare all’uomo l’ultima, estrema speranza di redenzione non rimane che la rara, sottile coscienza soggettiva del divino che può annidarsi nel sentimento individuale, inteso come percezione profonda delle cose. A cominciare dal sentimento atroce dell’ubiquità del dolore e della morte, che tiranneggiano il mondo, forse il solo attraverso il quale possono essere ancora percepiti i lacerti smarriti nel tempo dell’archetipo che ricevette forma d’uomo sulla Terra, dell’Adam Kadmon cabalista, rappresentato, fino a pochi decenni prima, dai Leonardo e dai Michelangelo.

Solo alcuni, pochi grandi (come Bernini o Pietro da Cortona...) proseguiranno ad orbitare attorno al vecchio, splendente Sole rinascimentale per la gran parte del Seicento, anche se via via più lontani.

Gli altri ne utilizzeranno le forme, gli iconemi, le funzioni specifiche, fondamentalmente per spezzarne i canoni e trascinare quell’ellissi attorno ad una stella dalla luce diversa, certo meno aurea e tendente agli assoluti della precedente, ma con altrettanta certezza più analitica, disincantata, terrestre.

Primo fra tutti Borromini, per il quale il dramma dell’inanità esistenziale è, analogamente a Caravaggio, depositato proprio nella qualità di quella “nuova” luce, che nel mondo non può evitare di investire la decadenza dolente delle forme, precipitate dall’Iperuranio nel tempo a causa delle loro scelte, dei loro volontari inadempimenti.

Il dinamismo barocco prende il sopravvento. Le cose non sono più i suoni perfetti della musica celeste, ciascuno immutabile e centrale nell’eterno infinito della classicità, ma si muovono dentro i confini del tempo e dello spazio, e quel loro spostarsi irrequieto, spesso perfino sciatto, impedisce di coglierle ormai nella centralità del loro ruolo; e spesso di coglierle ancora nella loro interezza. Le forme barocche puntano a scaricarsi dell’energia, piuttosto che a rattenerla in solenne potenzialità, a trasformarla in movimento, a metterla in gioco con l’indisponenza degli attriti, della gravità, dell’inerzia, tutte realtà del mondo materiale.

Aprendo così, nell’arte, alle forme mediante cui si darà inizio alla discesa del Moderno, che da spirituale e intellettuale, inizialmente, dalla seconda metà dell’Ottocento tenderà a diventare qualcosa di sempre più simile a un accartocciamento mentale.

 

Marco Rossati - Il mancino pescatore di linee

"LA FORMA SCHIACCIATA"

di Marco Rossati

Il processo d’emarginazione della forma dalla sfera dell’arte, sua sede prima e naturale, è più vecchio di un secolo. Ma, dagli anni Cinquanta, quel coacervo di fenomeni scarrozzati in giro per il mondo nel luccicante container della multinazionale “New-Vanguards Corporation”, ha arrogantemente eliminato gli ultimi sentori della forma ancora persistenti in ambito artistico, disdegnando, altresì, di fornire, non dico motivazioni teoriche vere, ma neppure parvenze di qualcosa passabile per tale, che non fossero gli echi da grancassa dell’imbonizione mediatica più becera e incompetente.
Ciò che oggi l’establishment fa passare per “arte contemporanea” (imponendo come “nuova, irrinunciabile identità espressiva dell'attualità" questo "multiforme" animaletto al guinzaglio delle viete ideologie del “dissacrante”), ha sbattuto in faccia alle problematiche della forma la porta blindata di un disinteresse spensierato se non incosciente, neppure riscontrabile nelle società primitive.
E’ abbastanza tipica, ad esempio, in queste culture, la simbolizzazione evocativa, forte e immediata, propria dell’iconografia animistica, magica e apotropaica (concepita in funzione di risultati materiali o spirituali “concreti”, piuttosto che artistici in senso complesso), in forza della quale la relativa marginalità del problema formale non è priva di giustificazioni.
Bisognerà passare dalle società “orizzontali” (legate allo spirito totemico e tribale) alle strutture organizzative piramidali, più ampie e complesse (fondate su grandi organismi forti e centralizzanti, analoghi a ciò che oggi chiamiamo Stato) per cominciare a vedere la ricerca formale svilupparsi in arte con chiarezza, quando non con ideologica predeterminazione.
Lungi dal voler essere esaustivi sull’argomento, prendiamo ad esempio l’arte egizia o l’arte assiro-babilonese, nelle quali è evidente ciò che oggi definiremmo vero e proprio “dirigismo centralistico”, per effetto del quale sono immediatamente riconoscibili gli stilemi iconici preordinati propri a ciascuna di quelle arti, sorrette da forti poteri centrali (effetto da assommarsi, naturalmente, alla tipicizzazione iconica derivante all’appartenenza etnica). Qui la stilizzazione travalica se stessa, a favore di rigidi codici formali da cui tanto più difficilmente ci si può scostare, quanto più quel prodotto artistico è destinato a rappresentare i vertici sociali o gli dei, la fonte della loro “sacralità”. E’ proprio sulle esigenze di autorappresentazione e autocelebrazione degli antichi imperi e monarchie (sempre vincolati e vincolanti a religioni “rigide”), che la forma diventa, tramite l’accentuazione della stilizzazione, l’immediatamente riconoscibile contenitore dei simboli essenziali di questo o quell’impero e, dunque, di questa o quell’etnia. Insomma, la complessità dello stile tende alla schematicità di un vero e proprio “marchio di fabbrica”, una sorta di pesante “logo” quasi puramente formale, eppure d’infinita mutabilità, però non di rado lontano dall’essere soffocante per l’espressione artistica. Si consideri, infatti, (anche per non essere tacciati di “revisionismo” antiegizio) che molti capolavori sono stati prodotti ai margini di quegli schemi (“lo Scriba” o il “ritratto di Nefertiti”...) o, addirittura al suo interno (i bassorilievi di Persepoli...).
Ma è solo con lo sciogliersi dell’arcaismo ellenico nelle forme sempre più mature della classicità, che si passerà dalla stilizzazione “politico - etnica” alla libertà della potenza soggettiva dello stile, che (pur sempre soggetto ai poteri, alle etnie, ai tempi e alle culture diverse) porterà l’arte ad esprimere volontariamente e coscientemente un uomo -individuo in perenne riflessione su se stesso, sul proprio archetipo, nonché sull’allontanamento da esso.

In filosofia bisognerà arrivare alla classicità avanzata, perché il problema della forma sia trattato a sé, come struttura del reale.
Nel “Timeo”, Platone riconduce l’universo a due principi fondanti: la forma e la materia. Ma è Aristotele ad affrontare il tema in modo ampio e profondo. Forma e materia sono intese come elementi essenziali della sostanza (ousía), cioè della concreta realtà individuale. Di quel dato, in altre parole, che trascende la scissione tra io e non io, a vantaggio di un’unità imprescindibile; una sorta di software, diremmo oggi, in cui il soggetto è totalmente immerso, o, meglio ancora, grazie al quale “è” e interagisce. Per Aristotele “...è possibile parlare d’ogni cosa perché ha una forma e non per l’aspetto materiale in sé ...” (Metafisica, VII).
Cioè, ciascuna cosa esiste solo in quanto e se forma.

Bisognerà arrivare fino a Kant per travalicare, almeno in parte, la visione platonica e aristotelica. Nella “Critica della Ragion Pura”, la funzione della forma (“ciò per cui il molteplice del fenomeno può essere ordinato”) sta nel rendere diverse tra loro (e identificabili) le “categorie”, cioè le funzioni a priori dell’intelletto, fin’ora rimaste quasi silenti nella sfera metaforica della “materia” dei greci. Categorie a loro volta unificate dalla funzione sintetica e formale esercitata dalla logica pura dell’”io penso”. Nella “Ragion pratica” Kant identifica addirittura il vertice della forma con la massima morale del “dovere per il dovere”, attirandosi le ire dei preromantici (Schiller in primis), ma dando, con ogni probabilità, forte impulso allo sviluppo del neoclassicismo.
Ancora nella prima metà del Novecento, il tema della forma è, tra i filosofi, oggetto di riflessioni elaborate e di rilievo (certo più che tra gli artisti). Dalle “forme simboliche” di Cassirer alle crociane “attività dello spirito”, dalla “fenomenologia” di Husserl e poi della “Gestaltpsychologie” alle “forme assolute dello spirito” di Gentile, il problema seguita a emergere nel cuore della filosofia con impellenza vitale.
Perché, dunque, la forma è stata in pratica esclusa dall’arte (o da quanto oggi è contrabbandato per tale)? E se qualche lacerto d’esigenza ancora pulsa,
in parte isolato e nascosto, in che consiste e quali sono i risultati del suo esserci tuttora?

Il tema non è astratto e secondario. Mette in gioco la qualità estetica di tutto ciò che ci circonda, a cominciare dai prodotti umani. E, prima di tutto, dalla bellezza (o bruttezza) delle città all’interno delle quali viviamo, che respiriamo, spesso senza averne la consapevolezza, innanzi tutto con gli occhi.


*****

“DEMOCRAZIA E BRUTTEZZA”

di Marco Rossati

Anche analizzando attentamente (e non è qui il caso) tutte le forme di governo che ricamano la “Storia Universale” (in un’accezione di “universo” magari un po’ riduttiva) resta innegabile che, in questo mondo truce e dunque imperfetto, la democrazia sia, parafrasando Panglosse, il “migliore dei mali politici possibili”. Vale a dire il minore.

Insomma, la miglior forma d’aggregazione di massa concepibile per questa forma (e sostanza) d’uomo, la cui tendenza a schiacciare il prossimo non appena gli si presenti l’occasione è facilmente trionfante anche sui suoi propositi migliori.

Il principio “una testa un voto”, che ai giorni nostri arriva a prescindere da censo, sesso e razza, costituisce una delle più alte punte di civiltà raggiunte dagli uomini e, certamente, dalla Modernità, che in questo caso merita la emme maiuscola.

La indispensabilità della democrazia è dimostrata non certo dai suoi tanti limiti e inadempienze, dove c’è, ma dalle vergogne e dagli orrori dove manca.

Solo essa è in grado di realizzare, e in parte lo fa concretamente, le idee di libertà, uguaglianza e rispetto istituzionale del prossimo, nonché di potenziare lo sviluppo sociale, tecnologico e scientifico.

Esiste, però, un settore di cui la democrazia, forse inspiegabilmente, non ha accresciuto le potenzialità, anzi, le ha decisamente ridotte, non solo bloccandone lo sviluppo, ma, praticamente, facendole regredire a livelli finora collegabili solo a epoche di cupa barbarie.

Parlo del settore artistico, anche se il discorso potrebbe essere esteso all’intero mondo culturale non antropologico.

Guardando con occhio disincantato alla storia d’Europa degli ultimi cento anni o poco più, parrebbe che al lento (e speriamo inesorabile) avanzare dei regimi elettorali corrisponda un forse meno lento, ma inequivocabilmente inesorabile abbassamento qualitativo dell’arte.

Facciamo solo qualche esempio tra i più significativi.

Già nell’Ottocento le stenografie impressionistiche, tese a una rappresentazione tutta interna all’esperienza fenomenica e ottica, rinnegano l’idea di arte come linguaggio del “sacro” che ricopre la terra come rugiada celeste, sostituendola con uno scientismo deterministico di seconda se non terza battuta, spesso noiosamente superficiale e (poiché fruitore di processi razionalistici o pseudo, comunque non analogici o, men che meno anagogici) antitetico per definizione all’essenza stessa dell’esperienza poetica e artistica.

Saltando più in qua, ecco il “razionalismo in soldini” (non certo quello di Picasso), ma dei suoi epigoni d’ogni tipo, cubisti e non, come Mondrian, ad esempio, tanto razionalista da essere allievo di Madame Blavatsky e da voler rappresentare, nei suoi quadri a rettangoli, visioni angeliche, teosofiche e spiritistiche; o come Malevic (coi suoi nulla sperimentalistici); o Kandinsky (così sublime!...). E più avanti i Pollock, i Rothko, i Fontana, i Burri... Insomma, tutti i pargoli di Peggy Guggenheim e tanti, tanti altri.

A costoro, “artisti” della medesima “qualità” e celebrati come eccelsi dalla critica modernista (asinus asinum fricat), nonché alla loro sterminata e famelica prole succedanea, è stato concesso, da ormai quasi un secolo, il potere di imperversare con svergognata arroganza, fornendo agli ideologi del cemento trionfante gli alibi estetici per l’occupazione e la manipolazione (altro che democrazia) della città contemporanea, quanto di più brutto e invivibile mai realizzato su così larga scala.

Contemporaneamente ecco germogliare la fresca, semplicistica dozzinalità del “dada”, frutto, soprattutto, di due menti, Duchamp e Man Ray, confronto alle quali, diciamolo, Leonardo non era che un polveroso rompiscatole. Tra i sommi capolavori di queste (tornando a Voltaire) “Belle Cunegonde” oramai museali, infatti, v’è quello d’aver messo (oh, geni sublimi) i baffi alla Gioconda, trasferendo così (grazie a grandi pensatori ed esegeti del Novecento quali Gombrich o Argan...) uno dei gesti più cretini concepibili dalla goliardia nei cieli più alti dell’arte d’ogni tempo.

Il che darà poi l’abbrivio a tutti i “fai da te” delle neo-avanguardie d’esportazione americana di cui oggi siamo vittime distratte e inconsapevoli, come del fumo passivo, dello smog, della bruttezza e della rozzezza dilaganti: le performance, le istallazioni, il poverismo, il minimalismo e tutto il coacervo di cretinerie analoghe, che però fanno tanto chic da essere stati assunti a propria espressione da tanta, troppa parte degli schieramenti di sinistra. Ma questo è un tema troppo scottante per non meritare un’analisi a parte, magari in altra sede. Qui limitiamoci a dire che sì, sono proprio questi uomini e i “movimenti di pensiero” che li fiancheggiano ad aver consegnato una sfera da sempre occupata delle menti migliori (non quella politica, mi riferisco a quella dell’arte), alle grinfie di arroganti imbonitori e abili escamoteur.

Come non dire che il novanta percento dell’arte contemporanea è smaccatamente brutta? Altro che malafede o sudditanza ai diktat mediatici, negare che l’imbarbarimento dell’arte e della cultura sono organici, anziché alla democrazia, all’ulteriore istupidimento, programmatico e globale, del popolo, come si chiamava una volta.

Si deve essere affetti dalla biblica cecità di chi non vuol vedere, o in quanto artefice, o in quanto vittima delle pressioni ideologiche mediatiche di cui il neoavanguardismo è compartecipe da decenni: il re è vestito! E chi si ostina a vederlo nudo va escluso, buttato fuori da ogni circuito e canale, ignorato, negato, ridotto all’impotenza e al silenzio.

Qui i filo-antropologisti (ce ne sono ormai eserciti, stuoli di “convinti” dal gran cipiglio, anche tra le fila dei bancari) diranno che ogni tempo esprime l’arte sua e la sua idea di bellezza sempre al meglio. E, poiché tutto è relativo, l’arte contemporanea o quella ottoniana, sono sullo stesso piano dell’arte toscana o fiamminga dei secoli d’oro.

Insomma, qualsiasi espressione “artistica” domini e imperversi, essa è, sempre e comunque, la migliore possibile in Terra, poiché unica, vera espressione del suo tempo.

Il povero Panglosse gioirebbe di tanta aderenza alla sua weltanschaung.

Ma da cosa è costituita la radice del disfacimento artistico (e culturale) attuale se non da una demagogica distorsione dell’idea di democrazia, per la quale l’arte non deve essere fattibile e comprensibile da pochi, ma godibile da tutti (come un tempo). Al contrario, tutti devono essere “democraticamente” in grado di fare arte! Tutti e ciascuno. Come una di quelle funzioni corporali per le quali ci si chiude in appositi ambienti.

Che importa se l’esito è il precipizio della qualità e la benedizione della stupidità e dell’appiattimento mentale. Che importa se tuttora la gran maggioranza della gente di questa “arte” se ne infischia, se ne tiene, infastidita, alla larga. Col tempo e coi lavaggi del cervello mediatici sempre più aggressivi si riuscirà a convincere tutti.

L’Arte di Stato Globale (sì, di vera e propria arte di Stato, si tratta, sovvenzionata, distribuita e ineludibile, pena gravi sanzioni; come quella fascista e comunista) ha torrenti di imbecillità sempre più straripanti con cui sommergere il mondo: chili, quintali, tonnellate di carta che non leggerà mai nessuno, ma che serviranno a impressionare l’attonito uomo della strada con il solo imperio della loro voluminosissima esistenza.

E, soprattutto, ore, anni, secoli di televisione, cinema e immagini ferme o mobili d’ogni tecnologia e tipologia che faranno di tutti i cervelli umani un unico ammasso, un unico modo di pensare, una sola sincrasia.

Ecco, l’aberrante concetto di democrazia come impossessamento popolare delle pratiche del sapere umano (il “fai da te”) ha ormai una forza e una virulenza che speriamo non investa mai settori quali, ad esempio, la medicina o l’ingegneria aeronautica, altrimenti ci ritroveremo agli stregoni e ai tappeti volanti.

Ormai viviamo tempi in cui la “persuasione”, da occulta che era (e, in quanto tale, stimolante, almeno per gli amanti del thriller) si è fatta arrogante, smaccata, martellante e noiosa.

Bisogna stimolare l’insofferenza culturale e artistica. Bisogna creare un’opposizione compatta, organica ed eroica, oggi inesistente.

Chi ha detto che alla democrazia debba essere associata un’arte brutta? Chi ha detto che il cittadino debba trasformarsi totalmente in consumatore, divenendo così più imbecille del suddito?

I greci, che la democrazia avevano cominciato a sperimentarla e come, si guardavano bene dal gettarsi addosso la maledizione di un’arte di pessima qualità.

Perché noi no?

Funzione dell’artista e dell’intellettuale è, oggi più di prima, indicare la dimensione perduta del discorso artistico, decodificando, anziché facendole assurgere a estetica, le approssimazioni della percezione quotidiana, attraverso una sintesi dalla quale di nuovo affiori nella civiltà quella metodologia e mitologia del linguaggio oggi rinnegata, fondata sulla visione di una sfera fondamentale e perduta, che può essere ritrovata e fatta vivere, anche se solo parzialmente, dalla forza della vera arte.

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“SULLE SUBAVANGUARDIE"

di Marco Rossati

Incalcolabili i danni all'Arte causati da un sessantennio di imperversanti subavanguardie (generalmente di matrice transatlantica)
e dal totale appoggio istituzionale di cui godono.

Neodadaisti, minimalisti, concettuali, popartisti, transavanguardisti, bodyartisti, poveristi, comportamentisti, performatori, videoartisti, istallazionisti e chi più ne ha più ne metta… Chiunque osservi il settore artistico contemporaneo può facilmente costatare che le biennali, le quadriennali, le gallerie d'arte contemporanea, le Accademie, la gestione della "legge del 2 %, insomma quanto c'è di prestigioso e di remunerativo (quel poco) nell'ambito del sistema dell'arte è strettamente nelle mani della subarte, dei suoi esegeti, dei suoi protettori.
Sostenuti da ambienti e settori "a tutt'altro affaccendati", ma che, in nome di un progressismo culturale vieto e improbabile, che però fa tanto "grande mela", essi fanno mostra d'essere i portatori di chissà che "democrazia artistica" e fidando nella ormai più che trentennale incapacità delle scuole d'arte di formare elementi idonei al vero insegnamento, specifico, culturale, tecnico, costoro hanno completamente sottomesso alla propria ideologia perfino il sistema della didattica artistica.
In realtà, con la gestione totalitaristica diella cultura perpetrata tramite un uso dei media per loro sempre più a portata di mano, propugnano la sostituzione del pensiero e della creatività artistica alta e altamente specialistica con forme espressive raffazzonate dalla banalizzazione industriale e dall'ovvietà mediatica quotidiana, come non bastassero televisione e comunicazione di massa in genere.
Per costoro, infatti, "chiunque" è " democraticamente" in grado di fare arte, proprio come una funzione corporale.
Proviamo a immaginare cosa succederebbe se, da un giorno all'altro e senza preparazione né studi di sorta, ma semplicemente in nome della "democraticità e della libertà della scienza" e della sua gestione, chiunque fosse autorizzato a farsi chirurgo, o ingegnere, o biologo, o chimico… Così, solamente in base a quanto orecchiato qua e là nei salotti, in televisione… E immaginiamo i risultati aberranti e micidiali a cui subito si arriverebbe. Per fortuna questi settori sono (almeno per ora) più o meno intoccabili, tenuti sotto costante pressione con normative, monitoraggi e quant'altro.
Ma l'arte no! Con l'arte (la pittura, la scultura, l'architettura... e non solo) non muore nessuno e, per di più, è assai probabile che ormai non serva un fico secco! E poi non è stata dichiarata totalmente libera da ogni vincolo? Compreso quello dell'intelligenza?
Nessuno, dunque, si permetta la libertà (questa no!) di giudizi negativi nei confronti dell'arte di moda, dell'arte dei poveri di spirito, perché ormai è grazie ad essa che Pinco e Pallinoil possono svegliarsi un mattino e (proprio come Van Gogh e Gauguin) diventare gli artisti-faro del secolo appena iniziato, senza il minimo addestramento mentale culturale o tecnico (quello, poi, è roba dei secoli antichi! Gli artisti moderni, ormai lo sanno tutti, se ne devono stropicciare del sapere e della tecnica!). Quanto alla vocazione, o, quantomeno all'attitudine alla creatività artistica, non è essa forse in dotazione di chicchessia? Ma certo, altrimenti vorrebbe dire che non siamo tutti uguali.
Oggi questo "artista" (cioè l'uomo qualunque, magari di mente un po' scarsa, meglio ancora se un po' disturbata) può e deve esprimere (finalmente!) tutto il ribollire del suo meraviglioso mondo interiore così, come gli viene su o gli va giù; ma per l'intestino, il vero tempio della creatività contemporanea, efficacissimo sostituto del cuore e della testa!
Questo artista può, anzi, deve, autoliberarsi anche (ma diciamo pure soprattutto) dall'intelligenza, un peso "antidemocratico" che non tutti sono in grado di sostenere. E non bisogna certo spingere nessuno a farlo!
Bisogna, invece, diventare tutti molto più uguali.
Tutti rappresentati in una sequenza di pioli mentali che non s'alzi più di tanto, altrimenti si rischia di boicottare il processo di istupidimento mediatico che invece stà dando ottimi risultati.
L'"arte", dunque, produca cretinerie e aberrazioni chiamandole "dissacrazioni" affinché la gente, un giorno non lontano, possa sbellicarcisi come sui film "Coscialunga e Pierino". O affinché, nei casi più retrivi, rimanga interdetta e senza parole davanti all'assurgere dell'imbecillità al grado di grande talento.
Continuino i cretini, nella loro sublime inafferrabilità, a mettere baffi a Gioconde, a imitazione del (loro) gran maestro e iniziatore Duchamp. La profezia si è attuata: il topo ruggisce!
Sì, dalla via attigua a quella preposta da Madre Natura, il topo ha partorito la montagna!
La sua.
Le trovatine e le ideuzze, la ricerca della novità a tutti i costi o, nella migliore delle ipotesi, del ridicolo (ah, l'ironia!) mediante il quale dissacrare, sì, e dissacrare tutto!
Ecco l'opera di tali sublimi "operatori", non di rado rampolli "senz'arte ne parte", gli scemi del villaggio di belle famiglie e/o belle "situazioni".
Insomma, un' arte, per chiamarla così, che non piace e non interessa a nessuno, se non a chi se ne avvantaggia, oltre che a quella strana numerosa fauna, un po' autolesionista e un po' restia a pensare con la propria testa, dei "convinti", i plagiati dagli slogan del terrorismo ideologico del "pensiero artistico" contemporaneo, per i quali l'imperatore, che più nudo di così non può essere, indossa, invece, abiti stupendi. Ma come, non lo vedi? Allora sei proprio "out"!
Tutto ciò non è un fenomeno solo italiano: l'intero Pianeta è ormai da decenni preda di questa sorta di neo-stalinismo artistico e culturale, vera e propria forma di "arte di stato" globale, una dittatura sviluppata a new York e imposta al mondo dagli USA dal dopoguerra in poi (dall'"Action painting" a "New dada", alla "Pop art", su su fino alle ultime mode) a suon di dollari, di basi militari, di anatemi culturali, di ostracismi perpertrati da una generazione di intellettuali di cui la ramazza della nemesi storica dovrà prima o poi occuparsi, pena l'avvento di tempi ancora più bui.
Qesta pseudo arte è espressione e suggello della violentia supremazia postindustriale sulle attività artistiche e poetiche, espressione più elevata della mente umana. La stessa supremazia che titola la rapina delle risorse "guerra per la democrazia".
Eppure i grandi musei di arte antica e le antiche città d'arte d'Italia, ma anche di tutta Europa, traboccano di visitatori, di ogni ceto sociale e di ogni nazionalità, inconsciamente sospinti, sia detto a costo di sembrare retorici, da un desiderio di bellezza, di elevazione estetica, di luce mentale, che la carestia artistica contemporanea non può certo saziare.
Intendiamoci: non che manchino artisti (pittori, scultori) contemporanei di buono o di ottimo livello, ma sono duramente emarginati da ogni rotta professionale e promozionale degna di tal nome. Un esempio per tutti: Lucien Freud, uno dei massimi pittori della seconda metà del novecento, fino a non molti anni fa sconosciuto al punto da non comparire sulle enciclopedie, invece attentissime alle mode americane (non facciamoci illusioni, quelle italiche sono scopiazzature provinciali) e ai prodotti dei mercatini regionali.
Insomma, l'immenso bagaglio mentale, ideale, culturale e, perché no, spirituale della pittura (e della scultura), le sue raffinatissime tecnologie, le sue forme dense d'armonia e mistero universali, frutto della stratificazione di un sapere multisecolare che cresceva e si arricchiva nel passaggio da maestro ad allievo, tutto l'insieme di conoscenze con cui l'uomo ha creato la parte della sua gloria che risplende all'occhio, l'Arte, sta per andare completamente perso sotto i colpii del Novecento peggiore, l'ultimo.
Proprio come dopo le invasioni barbariche. E come un immane disastro ecologico.
Non è certo antidoto sufficiente l'attenzione ai problemi della conservazione e della fruizione dell'arte già esistente, cioè prodotta nei tempi passati.
L'uomo ha ancora e da sempre la necessità di esprimere in immagini plasmate dalleproprie mani la sua esperienza più elevata, di portare in luce le forme del tempo a cui appartiene, depurate dalle scorie della tecnologia industriale, della quotidianità e dei suoi abbagli. Pena l'esiziale discesa, già in atto, verso barbarie e abbrutimento.
Gli artisti veri, i pittori anche di grande qualità, esistono e operano anche nel nostro tempo, seppure, rispetto ai secoli passati, costretti entro ruoli di triste, frustrante marginalità che naturalmente nuoce alla qualità stessa del loro lavoro, come gli nuoce la crescente disattenzione da parte di istituzioni e mass-media.
In particolare, la pittura contemporanea, estromessa da ogni struttura ufficiale e eliminata dai media, è, salvo eccezioni marginali quando non clientelari, abbandonate a se stessa. Ovvero al ristretto mercatino d'ell'arte nazionale, la cui esiguità non è certo in grado di ridare salute al settore.
Non è vero che l'arte è libera.
Essa oggi è, come già detto, "arte di stato" globale.
Si, una concrezione a forma di neo-stalinismo, ma dalle movenze orwelliane, nutrita e protetta arrogantemente da settori culturalmente scadenti ma storicamente ideologizzati che, sotto i violenti impulsi della colonizzazione americana, hanno identificato e sviluppato la propria araldica estetica proprio in quel piattume mentale.
Eppure esiste sempre il desiderio di un arte che esprima a pieno il nostro tempo nelle altezze dell'arte migliore, in una specificità riconquistata che escluda i raffazzonamenti e le facilonerie di "artisti" improbabili e improvvisati.
Né va dimenticato che, tra i punti essenziali su cui agire perché non vada completamente perso l'immenso bagaglio delle conoscenze del fare della pittura e della scultura, c'è proprio la didattica artistica.
L'invasione delle suddette orde "culturali" nella didattica artistica (come corpo docente!) l'ha resa assolutamente incapace di produrre artisti preparati.
E' riuscita, invece, a disperdere nel vuoto quantità sconosciute di giovani talenti, ottenendo come risultato, oltre all'empietà del loro annientamento, la estrema rarità di un'arte contemporanea ricca, profonda , sublime come quella d'un tempo. E, quindi, la perdita di un patrimonio di sofisticatissime e complesse tecnologie che erano il supporto di un pensiero e di una cultura rarefatti e universali.
Addio bellezza delle antiche città e delle loro architetture? Addio luce dell'intelligenza umana che emanava dai palazzi, dalle chiese, dalle pitture e dalle sculture di un tempo?
Pare proprio di si.
Siamo condannati a sprofondare sempre più nella periferia cementificata (mentale e materiale), partorita da architetti definiti tali solo perché certificati dalle Facoltà, dove si parla dell'arte come di una farragine del passato di cui l'uomo contemporaneo, tutto teso alle funzioni (quali e perché?) non sa che farsene.
Bisogna invertire tale tendenza.
Bisogna far rinascere l'interesse per questi temi, non solo nel mondo istituzionale più sensibile (ammesso che esista) e nel mondo della cultura (o di quanto rimane), ma anche in strati il più possibile ampi di cittadini, affinché s'allarghi a macchia d'olio.
Bisogna creare concrete alternative didattiche, in grado di riportare le vere conoscenze e le vere tecniche del fare arte, ai giovani che vogliono intraprendere seriamente la professione dell'artista nel senso vero e migliore della parola, perché non vada persa per sempre, ma anzi riprenda a vivere con lo splendore incomparabile di un tempo, una delle più alte forme di espressione, beneficio ed elevazione per l'umanità.
Bisogna, soprattutto, che gli spiriti liberi smettano di starsene isolati e depressi e ricordino d'essere ancora un insieme, con ruoli.

 
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