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INTERVISTA A MARCO ROSSATI di Andrea Caterini
Maggio 2010 Dipinge come Raffaello ma è nato nei nostri giorni. Marco Rossati (classe 1943, nativo di Reggio Emilia) è pittore e scultore che il mondo dell’arte contemporanea cerca in tutti i modi di fare fuori. Eppure la sua opera, che inizia a prendere forma negli anni Settanta attraverso il filo metafisico che unisce la tecnica raffaellita e il De Chirico pittore di architetture classiche dove si respirano tutti i vuoti e i pieni della desolazione, procede come se nulla fosse. Rossati si dice pittore perché conoscitore in primo luogo di una tecnica. Capita infatti che dica che è vergognoso, come succede a molti oggi, che un artista o presunto tale non sappia dipingere un cielo, o peggio ancora un corpo umano che non rispecchi il modello reale. Ché la conoscenza del mestiere, per uno che voglia fare l’artista, è alla base di ogni opera. Scomparso il mestiere, non c’è opera che tenga, poiché a quel punto tutto è concesso. Quando entro nella sua casa romana, ad accogliermi c’è un siamese di nome Kant che miagola a comando – basta accarezzargli la testa. Mentre guardo gli oli di grandi dimensioni appesi alle pareti – c’è un nudo di donna che farebbe invidia a quelli di Hopper per capacità tecnica e tensione espressiva (e la modella, mi rivela l’artista, è una giovane architetto che ora vive in Sicilia) –, Rossati ha già iniziato a parlare. «Mai come ai nostri giorni gli uomini, attraverso la scienza e la tecnica, sono riusciti a conquistare la magia della materia. Ma il problema è che manca loro l’aspetto parallelo, che è quello misterico. E l’arte contemporanea è troppo soddisfatta di se stessa, della sua corrività e del suo inseguire le mode della tecnologia, per preoccuparsi di ciò che si potrebbe conoscere con un diverso sapere». Continua Rossati: «Io penso, in modo rinascimentale e intendo il rinascimento come visione del mondo, cioè non mera comunicazione di concetti, ma rappresentazione delle idee stesse. Insomma, come espressione del rapporto tra l’esistenza e lo spirito, che può avvenire solo con l’arte vera… o con la profezia... C’è il mistero del quotidiano, l’ombra nella caverna platonica, per intenderci, e il mistero a cui è tesa l’arte, che appartiene alla sfera divina, iperuranica, che la natura riflette nel quotidiano. L’arte contemporanea si autoproclama, nei migliori dei casi, portavoce del primo mistero utilizzando gli oggetti del nostro vivere comune, a cominciare dai media, e spacciandoli per arte. Senza accorgersi minimamente, sommersa com’è nella propria mediocrità, di mancare della dualità essenziale tra fenomeno e idea, tra quotidiano e spirituale. la vera arte è celata nelle altezze segno, che si rivela a pochi e che contiene i succhi del significato, come dice la parola stessa, che vuol dire “fatto dal segno”. ». «L’arte di Duchamp e degli infiniti, imbarazzanti epigoni non è tale», continua il pittore. «È “junk”, per usare un linguaggio da “agenzia di rating”. Spazzatura, roba dal segno di qualità infima o inesistente, ma che riempie i musei e le gallerie d’arte moderna del mondo. E qui non si tratta di declassare nazioni e popoli, ma un “min cul pop” planetario, gonfiato dalle grandi banche, in primo luogo americane, le stesse fautrici del disastro “bolla finanziaria” che sta mettendo a dura prova l’umanità. Sono loro che sostengono le case d’asta internazionali e che speculano anche sul vuoto di questa fase artistica, infingendo vendite multimilionarie come mosche cocchiere, ma che in realtà stanno provocando danni ecologici enormi e prima o poi si riveleranno come ulteriore carta moschicida». Rossati scuote la testa. «La figura sociale e culturale del pittore è quasi scomparsa, ora domina questa subcultura artistica imperiàl-americana: un’arte globale che, come dicevo, è pur sempre un’arte di Stato, improntata su valori, imperialistici (l’imbecillità programmata di orwelliana memoria) e monetari, tesa com’è al gonfiaggio delle quotazioni dei suoi “prodotti”. Che, guarda caso, sono sempre di facile esecuzione e moltiplicabili senza problemi. Per falsificare un Caravaggio, o anche un Lucian Freud, ce ne vuole! Ma un pop -minimalista – poverista – body –istallatore lo sanno imitare anche i ragazzini delle medie. Hai voglia a farne e a rifilarli ai succubi degli azionisti! Basta scatenare gli imbonitori, convincere che dietro c’è un gran business… Già la gente, del suo, non ci capisce niente d’arte. Poi, basta che gli fai balenare l’idea di un po’ di quattrini, ti seguono anche nella terza guerra mondiale… Non è un caso che il valore di mercato di Pollock sia più alto di un Tintoretto. La mostra di Bacon e Caravaggio, per farti un esempio, serve solo a far alzare il valore di mercato del primo e abbassare quello del secondo, che, oltretutto, non è nemmeno angloamericano». Marco Rossati ha insegnato per diverso tempo all’Accademia delle Belle Arti di Roma, ma una volta accortosi di cosa si trasmetteva ai ragazzi che la frequentano, ha preferito rinunciare all’incarico e aprire una scuola tutta sua, dove chiunque abbia voglia di apprendere un mestiere – come si faceva qualche tempo fa nelle botteghe artigiane – è accolto. Il nome della scuola è indicativo e gli chiedo se per caso non sia in contraddizione con quanto mi ha appena detto criticando senza possibilità di replica la contemporaneità. «Ho chiamato la mia scuola “Scienza dell’Arte” (che è una locuzione leonardesca) intendendo la “scienza” come sapere antico, come possibilità di trovare la porta stretta per accedere a una verità assoluta. Non mi prendere per un oscurantista retrogrado: nel sociale e nel quotidiano sono proprio tutt’altro, credimi. Io stesso sono ancora vivo grazie alla scienza moderna. Ma l’arte non è ne quotidiana ne sociale, è come le grandi funzioni vitali: nascere, morire, respirare, fare l’amore… Vedi… la scienza contemporanea è digitale, parla di quantità numeriche esatte, ma gli uomini, in realtà, non possono arrivare alle quantità esatte che compongono le cose. Quando parliamo di quantità esatte digitali le intendiamo solo come auspicio. La mia “scienza dell’arte” è un sapere analogico, intuitivo, nel migliore dei casi perfino ispirato, come lo intendevano Leonardo e gli antichi. Quando si entra nella sfera artistica non si hanno mai le quantità esatte dell’oggetto rappresentato. Si ha una cosa da rappresentare che ti porta analogicamente ai sentimenti, sottili o densi, alti o viscerali, insiti al tuo rapporto con la cosa stessa, ovvero alle percezioni migliori della mente, dello spirito, che dovranno poi promanare come la luce da un’altra cosa: l’opera. Più ti ci rapporti e li fai rivivere, quei sentimenti, e più l’opera ha a che fare con l’arte. E illumina. Questa è la sua funzione». Gli chiedo se queste sono le cose che insegna in veste professorale: «Non si può parlare a tutti di queste cose. Qualche volta lo faccio, ma in una forma limitata e con pochissimi». E quando gli chiedo cosa insegnava all’Accademia di via Ripetta a Roma, gli si accende la miccia «Ma quella non esiste, non insegna, è un fenomeno puramente burocratico, un parcheggio per giovani da sbambocciare… Se pensi che hanno fatto presidente dell’Accademia Romiti, uno che ha trasformato la Fiat, ex fabbrica seria, in una società finanziaria succhia sangue in passivo… Be, all’Accademia io non ero titolare, facevo supplenze di cattedra. Però quando notavo qualche giovane di talento (e qualche volta capitava) cercavo di insegnargli a disegnare, a dipingere, perché dal liceo non venivano molto equipaggiati. A volte cercavo anche di dir loro quello che sto dicendo a te. Allora arrivava l’assistente e mi raccomandava di non pretendere troppo e di non parlare di certe questioni, che se poi gli studenti scappavano, spaventati da lezioni troppo “difficili e noiose”, saltavano le cattedre per assenza di iscritti e chi ci andava di mezzo erano quelli come lui, che erano di ruolo, anche se assistenti, mica io, che, resti fra noi, ero solo un supplente del cavolo...». Bene, pur nel panorama artistico e culturale contemporaneo, Rossati si è sempre guadagnato pane e companatico esclusivamente con le vendite dei suoi quadri (fortunato? «No… » risponde, «sono un artista e so dipingere!... E ci sono mercanti e collezionisti che ancora ci vedono un po’…»), e vanta collezionisti di prestigio. Il Segretario del PD Bersani, ad esempio, possiede almeno un Rossati. Rocco Barocco ne ha diversi, alcuni di grandi dimensioni. Poi racconta che pur non avendolo mai conosciuto di persona, Berlusconi, negli anni Ottanta, ne comprò uno in galleria, all’Apollodoro. Un dipinto di due metri. «Qualche tempo dopo Paolo Portoghesi mi disse che l’allora “sua emittenza” (solamente!) voleva affrescata da me la cappella della casa di Arcore. Ma la cosa, mai saputo perché, non ebbe seguito». Ma un collezionista tra i più affezionato al suo lavoro fu Bettino Craxi, che da Segretario del PSI gli comprò dodici tele. Poi, già trasferito ad Hammamet, gli invia una lettera. «Una raccomandata “par avion”, di suo pugno… », ricorda Rossati. «La conservo ancora. Io non lo conoscevo personalmente. L’avevo visto una sera, a una cena, dall’altra parte del tavolo. Mi scrisse che da sempre stimava molto il mio lavoro e mi invitava ad andarlo a trovare ad Hammamet. Figurati!... Tra il curioso e il lusingato, appena m’è stato possibile sono volato lì, insieme a mio figlio Riccardo, allora pittore ventenne di cui Bettino aveva già acquistato alcuni quadri. Trovai un uomo, sebbene malato, pieno di energie, affabile e non privo di voglia di sfogarsi un po’. Ma non disse male di nessuno. Lo ricordo seduto sul muretto davanti al mare mentre, tra l’altro, rivendicava alcune cose realizzate e migliorate grazie a lui, come il gasdotto Italia – Algeria e la chiusura delle centrali nucleari. Io, tra l’altro, mi congratulai con lui come con l’unico statista italiano che avesse mai fatto la voce grossa con gli americani. Prima che ripartissi mi propose una mostra di inediti nella galleria più prestigiosa di Tunisi. Lì per lì fui contento, mi pareva un’offerta gratificante. Craxi, però, mi suggerì di dipingere soggetti orientaleggianti, più adatti insomma al contesto e al luogo, ed io gli risposi che ero poco stimolato dai temi esotici e che, francamente, avrei puntato a esporre dei lavori più “autogeni”. Poi la salute di Bettino peggiorò, e io ho preferito non farmi sentire nuovamente, non disturbarlo…». Prima di andare via mi fa vedere gli ultimi quadri nel suo studio (c’è odore forte di trementina come nei vecchi studi degli artisti), e vedendo che rimango interdetto di fronte a un lavoro che pare non abbia alcuna affinità con i dipinti che conosco e che Rossati ha sempre esposto, mi confessa: «Sto dipingendo frammenti di Roma con dentro romei in frammenti. Beh, tra l’altro, non vorrei si dicesse di me che ho dipinto sempre lo stesso quadro. In fondo uno dei miei sogni di pittore sarebbe di partecipare alla costruzione di questa dannata, benedetta città. E poi, voglio riuscire a dipingere sempre lo stesso quadro ma in quadri molto differenti».
"SE QUESTA E' ARTE" Di Carlotta Degl'Innocenti “Ogni atto che comporti l’uccisione di un animale senza necessità è biocidio, cioè un delitto contro la vita”. (Articolo 11, Dichiarazione Universale dei diritti dell'animale" - Bruxelles, 26 gennaio 1978)
Chi tortura in questo modo un povero cane randagio domani può farlo con un bambino, con una donna, con un uomo. Il suo messaggio è un insegnamento devastante per i giovani. Per capire meglio da dove provenga il filone dell’”artista” costaricano dobbiamo risalire almeno agli anni Sessanta, epoca nella quale numerosi “artisti” (come lui – n.d.e.) diedero vita alla messa in scena di violenze sia sul proprio corpo che sugli animali. Questa tipologia di tortura, documentata con tanto di fotografie e video denominati “performing test”, è stata definita “arte ritualista”. L’uccisione reale sulla scena, oppure il sangue animale recuperato dagli abbattimenti e utilizzato come colore pittorico, sono gli strumenti e il medium di questa "tecnica artistica". Molti “artisti” europei, dagli anni Sessanta ad oggi, hanno usato sangue animale ed umano in azioni violente concentrate sul corpo. In Italia Vito Acconci e Piero Manzoni diedero vita ad alcune performance squallide. Tra cui la pittura con escrementi e pratiche di autolesionismo. Tra gli esponenti dell’Azionismo Viennese, come sottolinea Carlo Maresca nello scritto “Alcune informazioni sul ‘professore’ Nitsch”, Rudolph Schwartzkogler si è suicidato a 29 anni, mentre la maggior parte degli artisti protagonisti dell’azionismo hanno accusato disturbi psichici e alcuni sono finiti in carcere. Il teatro dell’orrore inscenato dall’artista della Costarica è stato una vera e propria esecuzione mediante lunga tortura di un essere vivente e un’azione vergognosa che solo menti fortemente bacate possono definire “arte”. Se il Madc (Museo de arte y diseño contemporaneo) difende Habacuc Vargas, la sua partecipazione a manifestazioni artistiche sta scatenando lo sdegno internazionale. Anche se nella nostra società siamo obbligati ogni giorno a sentire racconti che fanno rabbrividire, non si possono accettare a livello istituzionale “performance” di questo tipo. Va da se che l’espressionismo nato alla fine dell’Ottocento, il cui simbolo è incarnato dal fatidico “Urlo” di Edward Munch, non è depravazione né deviazione psichica. Il polo positivo dell’Espressionismo (con la sua carica di accesa moralità sociale – N.d.e.) portato avanti nel XX secolo da numerosi artisti quali Lucian Freud, Francis Bacon, e la Neue Sachlichkeit (Nuova Oggettiva) tra i quali spiccano George Grosz, Otto Dix e Max Beckmann, si discosta anni luce dalla visione contorta di queste “spettacolarizzazioni” della violenza. L’istinto animale volto alla crudeltà della caccia e della sopraffazione è persino contorto dai procedimenti concettuali odierni. La spiritualità dei dipinti preistorici è di per sé annullata e forzata dall’intellettualismo dei cosiddetti artisti. Eppure il connotato di realismo e di performance che si presentano come specchio della nostra società applicate come catarsi non sono altro che una reiterazione della violenza. Il tempo mediatico attuale ha moltiplicato le potenzialità dei propri messaggi e soprattutto ha sopraffatto la psiche della collettività. Quanto un’opera, come una scultura, un dipinto o un disegno, ha un tempo di fruizione che pretende uno scambio reciproco con lo spettatore tanto la televisione, così i video o il teatro totale coinvolgono lo spettatore in sbalzi emotivi e spesso incontrollati. La spettacolarizzazione della violenza e del massacro è oramai un filone solido nella pseudoarte contemporanea. Tecnica che viene utilizzata a secondo della definizione e dell’applicazione del concetto dato da ciascun “artista”. L’orrore e le denunce non servono quasi mai a nulla. Anzi. Alla Biennale di Venezia del 1999 fu data addirittura la menzione d’onore a Katarzyna Kozyra, una polacca che aveva esordito nel 1993 con una “opera-tesi” intitolata “Pyramid of Animals”: l’installazione presentava un cavallo, un cane, un gatto e un gallo imbalsamati posti l’uno sopra l’altro. L’opera era corredata di un video che mostrava l’artista intenta a scegliere gli animali tra quelli destinati al macello e il processo di macellazione e scuoiamento del cavallo. E ancora, nel 2007 alcuni “amanti” del teatro si sono scandalizzati perché al Carniceria Teatro di Milano venne interrotto uno spettacolo di Rodrigo Garcia intitolato “Accidens-Matar para comer”. In tale rappresentazione, l’attore seduto sotto un astice appeso a un filo di nylon, in contemplazione per dieci minuti, lo bagnava con dell’acqua, e un microfono a contatto del crostaceo ne amplificava il rumore. Successivamente si poteva assistere alla scena in cui l’attore prendeva e uccideva l’astice allo scopo di cuocerlo e mangiarlo, senza omettere però di tagliarli prima le chele e aprirlo, accompagnato da una canzone di Louis Amstrong e da un video che proiettava il mare. Un esponente della “Young British Artist”(!) è stato denunciato dagli abitanti del quartiere di Londra dove aveva impiantato la sua fabbrica di messa sotto formalina degli animali. I vicini si sono lamentati dell’odore fetido e cadaverico proveniente dal suo “atelier”. Eppure “l’imbalsamatore” è un quotato “artista contemporaneo, i cui orrori raggiungono prezzi incredibili alle aste. Durante la Biennale di Venezia del 2007, al Palazzo Benzon, Jean Fabre esponeva tra le opere la fotografia di due gatti agganciati a ferri di macellai. Anche “ Documenta Kassel”, proseguendo coi musei degli orrori, (in cui non poteva mancare – n.d.e.) ha ospitato numerosi “artisti” che si compiacciono delle crudeltà del nostro e di tutti i tempi. Non a caso pare che Habakkuk si sia nascosto dietro il concetto di denuncia per realizzare la sua performance con il cane “Nativity”. Infatti avrebbe dichiarato che la performance voleva sollevare il problema delle decine di migliaia di cani randagi che, nella sua città natale San José in Costa Rica, muoiono di fame e di malattie nella indifferenza di tutti. Nativity era una creatura fragile e sarebbe morta comunque su una strada”. Viene da chiedersi perché non abbia documentato come salvarlo, un animale, anziché torturarlo a morte.
"ARTE E RAZIONALISMO" Di Marco Rossati Già dal Seicento, con lo sviluppo del pensiero razionalista, l’arte fu traversata da una crisi destinata a modificarne rapidamente gli aspetti più profondi. Non, però, tale da comprometterne il ruolo civile e storico fino a negare l’utilità della sua stessa esistenza, come avvenne dalla seconda metà dell’Ottocento, ossia dai primordi della fotografia. La crisi che investì, non solo l’arte, ma l’intero pensiero europeo nel Seicento fu una “krisis” nel senso etimologico, vale a dire una “separazione” vera e propria dai suoi precorsi ideali, nella fattispecie, una scissione dalla precedente concezione dell’universo di cui l’arte era stata, oltre che tra le più alte espressioni, tra i massimi artefici. Se, ovviamente, la cosa comportò profondi mutamenti in tutti i settori, nel campo dell’arte generò una rivoluzione tale da investire sia il “cosa rappresentare” sia il “mediante quali forme”. L’arte rinascimentale s’era fondamentalmente sostanziata nelle forme più atte a rappresentare le armonie divine e portarle su questa “Terra opaca”, per accrescervi la luce ed elevarne la temperie. Processi in cui era basilare indirizzare verso fini “umani” le intelligenze degli spiriti e le forze nascoste della natura. Già le tematiche e i canoni aspiranti all’universale, sublimemente improntati (nell’umanesimo e nel Rinascimento) ad uno “spiritualismo” riduttivamente collocabile tra neoplatonismo e pensiero magico alchemico, ben poco avevano a che spartire con la temperie e l’arte medievali, che rifuggivano le forme “mondane” per innalzarsi alla ricerca del Regno dei Cieli (soprattutto l’arte bizantina). Ma nel trionfante mediare rinascimentale tra sostanze (e forme) dello spirito con la materia, tra iperuranio e fenomeno terreno, che, rispetto alla misticità medievale, potremmo definire analitico e perfino pragmatico (si pensi, ad esempio, a Leonardo), in quel mediare non è difficile riscontrare molto più dei germi dell’esplosione razionalista ormai innescata da tempo e che causò le conseguenze epocali a tutti note: lo sviluppo incontenibile del pensiero laico, l’avanzamento delle scienze come mai neppure immaginato, i profondi processi di trasformazione sociale e quant’altro. Non mancarono, però (la coperta è sempre corta o stretta) contropartite negative, forse non per tutti visibili, ma non meno epocali. Prima fra tutte, l’ulteriore distanziamento tra l’uomo e il suo mistero, il suo sentirsi partecipe (o speranzoso) di una sfera eterna e spirituale sempre più percepita come qualcosa di velleitario e improbabile e che anno dopo anno, giorno dopo giorno, metteva sempre più a nudo la propria non sperimentabilità; e presto, per rigore razionalistico, la sua sostanziale inesistenza. . L’Uomo assoluto non c’era più, neppure nelle idee; era stato modificato in un’entità più agibile, meglio utilizzabile sulla sconfinata superficie terrestre ancora tutta da plasmare, da sfruttare mediante questa nuova magia neo alchemica che già aveva cominciato a invadere la storia. L’Adamo perfetto centro dell’universo, era stato sostituito dal suo moltiplicarsi, l’Umanità, una congerie in scala di similitudini a lui inferiori e tra loro diversi: gli individui. E Umanità e individui erano ormai posti su nuove strade, tutte dirette verso i mondi della materia e i fenomeni ad essa correlati. La parola “spirito” era ormai diventata, nella migliore ipotesi, una metafora dell’intelligenza. Artefici primari di quest’ennesima svolta della storia, i nuovi araldi che il Demiurgo (o chi per lui) aveva preposto al cambiamento dei tempi: Galileo, Caravaggio e, cronologicamente, gli altri. Pigliamo Michelangelo Merisi da Caravaggio, artista tra i più grandi, che, ancora ragazzo, trasforma l’a pittura manierista dentro cui s’era formato (e di cui è rimasto intriso fino all’ultimo) in un mondo iconografico dove ha sempre più il sopravvento, non già il misterioso canone delle armonie ideali, ma la rappresentazione d’eventi scaturiti dai moti della materia nelle loro infinite complicanze. La luce della ragione, che non può illuminare le analogie o le anagogie, ma solo quelle entità di cui si hanno a disposizione almeno un po’ di dati quantificabili (spesso sensoriali), irrompe tagliente a dimostrare che gli Uomini non sono altro che l’umanità, vale a dire quegli individui di cui sopra, il loro corpo, malato, corrotto, sporco, destinato al macero. Lo stesso “penso quindi sono” cartesiano, volendo, non dà adito che a una favilla che dal corpo stesso può benissimo scaturire e, in ogni modo, non necessariamente connettibile all’idea di eternità. A dare all’uomo l’ultima, estrema speranza di redenzione non rimane che la rara, sottile coscienza soggettiva del divino che può annidarsi nel sentimento individuale, inteso come percezione profonda delle cose. A cominciare dal sentimento atroce dell’ubiquità del dolore e della morte, che tiranneggiano il mondo, forse il solo attraverso il quale possono essere ancora percepiti i lacerti smarriti nel tempo dell’archetipo che ricevette forma d’uomo sulla Terra, dell’Adam Kadmon cabalista, rappresentato, fino a pochi decenni prima, dai Leonardo e dai Michelangelo. Solo alcuni, pochi grandi (come Bernini o Pietro da Cortona...) proseguiranno ad orbitare attorno al vecchio, splendente Sole rinascimentale per la gran parte del Seicento, anche se via via più lontani. Gli altri ne utilizzeranno le forme, gli iconemi, le funzioni specifiche, fondamentalmente per spezzarne i canoni e trascinare quell’ellissi attorno ad una stella dalla luce diversa, certo meno aurea e tendente agli assoluti della precedente, ma con altrettanta certezza più analitica, disincantata, terrestre. Primo fra tutti Borromini, per il quale il dramma dell’inanità esistenziale è, analogamente a Caravaggio, depositato proprio nella qualità di quella “nuova” luce, che nel mondo non può evitare di investire la decadenza dolente delle forme, precipitate dall’Iperuranio nel tempo a causa delle loro scelte, dei loro volontari inadempimenti. Il dinamismo barocco prende il sopravvento. Le cose non sono più i suoni perfetti della musica celeste, ciascuno immutabile e centrale nell’eterno infinito della classicità, ma si muovono dentro i confini del tempo e dello spazio, e quel loro spostarsi irrequieto, spesso perfino sciatto, impedisce di coglierle ormai nella centralità del loro ruolo; e spesso di coglierle ancora nella loro interezza. Le forme barocche puntano a scaricarsi dell’energia, piuttosto che a rattenerla in solenne potenzialità, a trasformarla in movimento, a metterla in gioco con l’indisponenza degli attriti, della gravità, dell’inerzia, tutte realtà del mondo materiale. Aprendo così, nell’arte, alle forme mediante cui si darà inizio alla discesa del Moderno, che da spirituale e intellettuale, inizialmente, dalla seconda metà dell’Ottocento tenderà a diventare qualcosa di sempre più simile a un accartocciamento mentale.
"LA FORMA SCHIACCIATA"
di Marco Rossati Il processo d’emarginazione della forma dalla sfera dell’arte, sua sede prima e naturale, è più vecchio di un secolo. Ma, dagli anni Cinquanta, quel coacervo di fenomeni scarrozzati in giro per il mondo nel luccicante container della multinazionale “New-Vanguards Corporation”, ha arrogantemente eliminato gli ultimi sentori della forma ancora persistenti in ambito artistico, disdegnando, altresì, di fornire, non dico motivazioni teoriche vere, ma neppure parvenze di qualcosa passabile per tale, che non fossero gli echi da grancassa dell’imbonizione mediatica più becera e incompetente.
“DEMOCRAZIA E BRUTTEZZA” di Marco Rossati Insomma, la miglior forma d’aggregazione di massa concepibile per questa forma (e sostanza) d’uomo, la cui tendenza a schiacciare il prossimo non appena gli si presenti l’occasione è facilmente trionfante anche sui suoi propositi migliori. Il principio “una testa un voto”, che ai giorni nostri arriva a prescindere da censo, sesso e razza, costituisce una delle più alte punte di civiltà raggiunte dagli uomini e, certamente, dalla Modernità, che in questo caso merita la emme maiuscola. La indispensabilità della democrazia è dimostrata non certo dai suoi tanti limiti e inadempienze, dove c’è, ma dalle vergogne e dagli orrori dove manca. Solo essa è in grado di realizzare, e in parte lo fa concretamente, le idee di libertà, uguaglianza e rispetto istituzionale del prossimo, nonché di potenziare lo sviluppo sociale, tecnologico e scientifico. Esiste, però, un settore di cui la democrazia, forse inspiegabilmente, non ha accresciuto le potenzialità, anzi, le ha decisamente ridotte, non solo bloccandone lo sviluppo, ma, praticamente, facendole regredire a livelli finora collegabili solo a epoche di cupa barbarie. Parlo del settore artistico, anche se il discorso potrebbe essere esteso all’intero mondo culturale non antropologico. Guardando con occhio disincantato alla storia d’Europa degli ultimi cento anni o poco più, parrebbe che al lento (e speriamo inesorabile) avanzare dei regimi elettorali corrisponda un forse meno lento, ma inequivocabilmente inesorabile abbassamento qualitativo dell’arte. Facciamo solo qualche esempio tra i più significativi.
Già nell’Ottocento le stenografie impressionistiche, tese a una rappresentazione tutta interna all’esperienza fenomenica e ottica, rinnegano l’idea di arte come linguaggio del “sacro” che ricopre la terra come rugiada celeste, sostituendola con uno scientismo deterministico di seconda se non terza battuta, spesso noiosamente superficiale e (poiché fruitore di processi razionalistici o pseudo, comunque non analogici o, men che meno anagogici) antitetico per definizione all’essenza stessa dell’esperienza poetica e artistica. Saltando più in qua, ecco il “razionalismo in soldini” (non certo quello di Picasso), ma dei suoi epigoni d’ogni tipo, cubisti e non, come Mondrian, ad esempio, tanto razionalista da essere allievo di Madame Blavatsky e da voler rappresentare, nei suoi quadri a rettangoli, visioni angeliche, teosofiche e spiritistiche; o come Malevic (coi suoi nulla sperimentalistici); o Kandinsky (così sublime!...). E più avanti i Pollock, i Rothko, i Fontana, i Burri... Insomma, tutti i pargoli di Peggy Guggenheim e tanti, tanti altri. A costoro, “artisti” della medesima “qualità” e celebrati come eccelsi dalla critica modernista (asinus asinum fricat), nonché alla loro sterminata e famelica prole succedanea, è stato concesso, da ormai quasi un secolo, il potere di imperversare con svergognata arroganza, fornendo agli ideologi del cemento trionfante gli alibi estetici per l’occupazione e la manipolazione (altro che democrazia) della città contemporanea, quanto di più brutto e invivibile mai realizzato su così larga scala. Contemporaneamente ecco germogliare la fresca, semplicistica dozzinalità del “dada”, frutto, soprattutto, di due menti, Duchamp e Man Ray, confronto alle quali, diciamolo, Leonardo non era che un polveroso rompiscatole. Tra i sommi capolavori di queste (tornando a Voltaire) “Belle Cunegonde” oramai museali, infatti, v’è quello d’aver messo (oh, geni sublimi) i baffi alla Gioconda, trasferendo così (grazie a grandi pensatori ed esegeti del Novecento quali Gombrich o Argan...) uno dei gesti più cretini concepibili dalla goliardia nei cieli più alti dell’arte d’ogni tempo. Il che darà poi l’abbrivio a tutti i “fai da te” delle neo-avanguardie d’esportazione americana di cui oggi siamo vittime distratte e inconsapevoli, come del fumo passivo, dello smog, della bruttezza e della rozzezza dilaganti: le performance, le istallazioni, il poverismo, il minimalismo e tutto il coacervo di cretinerie analoghe, che però fanno tanto chic da essere stati assunti a propria espressione da tanta, troppa parte degli schieramenti di sinistra. Ma questo è un tema troppo scottante per non meritare un’analisi a parte, magari in altra sede. Qui limitiamoci a dire che sì, sono proprio questi uomini e i “movimenti di pensiero” che li fiancheggiano ad aver consegnato una sfera da sempre occupata delle menti migliori (non quella politica, mi riferisco a quella dell’arte), alle grinfie di arroganti imbonitori e abili escamoteur. Come non dire che il novanta percento dell’arte contemporanea è smaccatamente brutta? Altro che malafede o sudditanza ai diktat mediatici, negare che l’imbarbarimento dell’arte e della cultura sono organici, anziché alla democrazia, all’ulteriore istupidimento, programmatico e globale, del popolo, come si chiamava una volta. Si deve essere affetti dalla biblica cecità di chi non vuol vedere, o in quanto artefice, o in quanto vittima delle pressioni ideologiche mediatiche di cui il neoavanguardismo è compartecipe da decenni: il re è vestito! E chi si ostina a vederlo nudo va escluso, buttato fuori da ogni circuito e canale, ignorato, negato, ridotto all’impotenza e al silenzio. Qui i filo-antropologisti (ce ne sono ormai eserciti, stuoli di “convinti” dal gran cipiglio, anche tra le fila dei bancari) diranno che ogni tempo esprime l’arte sua e la sua idea di bellezza sempre al meglio. E, poiché tutto è relativo, l’arte contemporanea o quella ottoniana, sono sullo stesso piano dell’arte toscana o fiamminga dei secoli d’oro. Insomma, qualsiasi espressione “artistica” domini e imperversi, essa è, sempre e comunque, la migliore possibile in Terra, poiché unica, vera espressione del suo tempo. Il povero Panglosse gioirebbe di tanta aderenza alla sua weltanschaung. Ma da cosa è costituita la radice del disfacimento artistico (e culturale) attuale se non da una demagogica distorsione dell’idea di democrazia, per la quale l’arte non deve essere fattibile e comprensibile da pochi, ma godibile da tutti (come un tempo). Al contrario, tutti devono essere “democraticamente” in grado di fare arte! Tutti e ciascuno. Come una di quelle funzioni corporali per le quali ci si chiude in appositi ambienti. Che importa se l’esito è il precipizio della qualità e la benedizione della stupidità e dell’appiattimento mentale. Che importa se tuttora la gran maggioranza della gente di questa “arte” se ne infischia, se ne tiene, infastidita, alla larga. Col tempo e coi lavaggi del cervello mediatici sempre più aggressivi si riuscirà a convincere tutti. L’Arte di Stato Globale (sì, di vera e propria arte di Stato, si tratta, sovvenzionata, distribuita e ineludibile, pena gravi sanzioni; come quella fascista e comunista) ha torrenti di imbecillità sempre più straripanti con cui sommergere il mondo: chili, quintali, tonnellate di carta che non leggerà mai nessuno, ma che serviranno a impressionare l’attonito uomo della strada con il solo imperio della loro voluminosissima esistenza. E, soprattutto, ore, anni, secoli di televisione, cinema e immagini ferme o mobili d’ogni tecnologia e tipologia che faranno di tutti i cervelli umani un unico ammasso, un unico modo di pensare, una sola sincrasia. Ecco, l’aberrante concetto di democrazia come impossessamento popolare delle pratiche del sapere umano (il “fai da te”) ha ormai una forza e una virulenza che speriamo non investa mai settori quali, ad esempio, la medicina o l’ingegneria aeronautica, altrimenti ci ritroveremo agli stregoni e ai tappeti volanti. Ormai viviamo tempi in cui la “persuasione”, da occulta che era (e, in quanto tale, stimolante, almeno per gli amanti del thriller) si è fatta arrogante, smaccata, martellante e noiosa. Bisogna stimolare l’insofferenza culturale e artistica. Bisogna creare un’opposizione compatta, organica ed eroica, oggi inesistente. Chi ha detto che alla democrazia debba essere associata un’arte brutta? Chi ha detto che il cittadino debba trasformarsi totalmente in consumatore, divenendo così più imbecille del suddito? I greci, che la democrazia avevano cominciato a sperimentarla e come, si guardavano bene dal gettarsi addosso la maledizione di un’arte di pessima qualità. Perché noi no? Funzione dell’artista e dell’intellettuale è, oggi più di prima, indicare la dimensione perduta del discorso artistico, decodificando, anziché facendole assurgere a estetica, le approssimazioni della percezione quotidiana, attraverso una sintesi dalla quale di nuovo affiori nella civiltà quella metodologia e mitologia del linguaggio oggi rinnegata, fondata sulla visione di una sfera fondamentale e perduta, che può essere ritrovata e fatta vivere, anche se solo parzialmente, dalla forza della vera arte.
***** “SULLE SUBAVANGUARDIE" di Marco Rossati
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