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INCONTRI

 

INTERVISTA A MARCO ROSSATI

di Andrea Caterini

 

 

Maggio 2010

Dipinge come Raffaello ma è nato nei nostri giorni. Marco Rossati (classe 1943, nativo di Reggio Emilia) è pittore e scultore che il mondo dell’arte contemporanea cerca in tutti i modi di fare fuori. Eppure la sua opera, che inizia a prendere forma negli anni Settanta attraverso il filo metafisico che unisce la tecnica raffaellita e il De Chirico pittore di architetture classiche dove si respirano tutti i vuoti e i pieni della desolazione, procede come se nulla fosse. Rossati si dice pittore perché conoscitore in primo luogo di una tecnica. Capita infatti che dica che è vergognoso, come succede a molti oggi, che un artista o presunto tale non sappia dipingere un cielo, o peggio ancora un corpo umano che non rispecchi il modello reale. Ché la conoscenza del mestiere, per uno che voglia fare l’artista, è alla base di ogni opera. Scomparso il mestiere, non c’è opera che tenga, poiché a quel punto tutto è concesso.

Quando entro nella sua casa romana, ad accogliermi c’è un siamese di nome Kant che miagola a comando – basta accarezzargli la testa. Mentre guardo gli oli di grandi dimensioni appesi alle pareti – c’è un nudo di donna che farebbe invidia a quelli di Hopper per capacità tecnica e tensione espressiva (e la modella, mi rivela l’artista, è una giovane architetto che ora vive in Sicilia) –, Rossati ha già iniziato a parlare «Mai come nei nostri giorni l’uomo, attraverso la scienza e la tecnica, è riuscito a conquistare la materia. Ma il problema è che gli manca l’aspetto parallelo, che è quello misterico. E l’arte contemporanea è troppo soddisfatta di se stessa e di quello che ha conquistato con la tecnologia per preoccuparsi di ciò che potrebbe conoscere con un diverso sapere. Io penso infatti in maniera rinascimentale. Il rinascimento proprio come visione del mondo, non comunicatore di concetti. Dico il rapporto tra la nostra esistenza e lo spirito, il quale può essere espresso solo con l’arte vera. C’è il mistero del quotidiano» continua come Rossati «e quello che invece ricerca l’arte vera, che appartiene alla sfera divina. L’arte contemporanea si fa portavoce del primo mistero utilizzando gli oggetti del nostro vivere comune spacciandoli per arte, senza accorgersi che ha perso quella dualità, che è essenziale, tra quotidiano e spirituale. Infatti, da Duchamp in poi, l’arte ha smesso di essere tale. È solo merda che riempie i musei. La figura del pittore è scomparsa. C’è adesso una cultura artistica americanizzata: un’arte globale che è pur sempre di Stato. Ma seppure l’arte di Stato è sempre esistita – pensa all’arte comunista e quella fascista che ha prodotto però anche grandi artisti – non è mai stata come oggi improntata tutta su un valore monetario utile ad alzare le quotazione degli artisti. Non è un caso che il valore di mercato di Pollock sia più alto di un pittore del Seicento. La mostra di Bacon e Caravaggio, per farti un esempio, serve solo a far alzare il valore di mercato del primo e abbassare quello del secondo».

Marco Rossati ha insegnato per diverso tempo all’Accademia delle Belle Arti di Roma, ma una volta accortosi di cosa si trasmetteva ai ragazzi che la frequentano, ha preferito rinunciare all’incarico e aprire una scuola tutta sua, dove chiunque abbia voglia di apprendere un mestiere – come si faceva qualche tempo fa nelle botteghe artigiane – è accolto. Il nome della scuola è indicativo e gli chiedo se per caso non sia in contraddizione con quanto mi ha appena detto criticando senza possibilità di replica la contemporaneità «Ho chiamato la mia scuola “La scienza dell’arte”, perché intendevo la “scienza” come sapere antico, come possibilità di trovare la porta stretta per cui si accede a una verità assoluta. La scienza contemporanea è digitale, parla di quantità numeriche esatte, ma l’uomo in realtà non può arrivare a una quantità esatta. Quando parliamo di quantità esatta, digitale, la intendiamo solo come auspicio. La mia scienza è un sapere analogico, come la intendevano Leonardo e gli antichi. Quando si entra nella sfera artistica non si ha mai la quantità esatta dell’oggetto rappresentato, hai una cosa che ti porta analogicamente ai sentimenti di un’altra cosa; e più ti ci rapporti e più quella cosa ha a che fare con l’arte». Gli chiedo per quale motivo queste cose non le ha insegnate in Accademia, quando ancora lavorava lì, ma Rossati fraintende «Non posso parlare in questo modo in Accademia perché non mi capirebbero tutti. Sì, qualche volta ci provo, ma in una forma limitata». E quando gli faccio notare che non volevo parlare della sua ma dell’Accademia di via Ripetta a Roma, gli si accende la miccia «Ma quella non esiste, non insegna niente, è un fenomeno burocratico. Se tu pensi che hanno fatto presidente dell’Accademia Romiti, uno dei personaggi più terribili del Novecento, che è stato capace di trasformare la Fiat, che era una fabbrica seria, in una società piena di debiti, ti rendi conto di cosa stiamo parlando. Quando insegnavo lì – facevo le supplenze ai professori con cattedra – e notavo qualche ragazzo di talento e mi ci avvicinavo per provare a spiegargli quello che sto cercando di dire a te, allora arrivava l’assistente raccomandandomi di non parlare di certe questioni, che se poi gli studenti scappavano, spaventandosi di cose così difficili e profonde, saltavano di conseguenza anche le cattedre per assenza di iscritti.»

Eppure in questo panorama desolante Rossati è riuscito a campare con le vendite dei suoi quadri (fortunato? «No» risponde «so dipingere»), e vanta collezionisti di prestigio. Il Segretario del PD Bersani ha in casa una sua opera. Poi racconta che pur non avendolo conosciuto di persona, il Presidente del Consiglio Berlusconi, negli anni Ottanta, comprò una sua tela alta due metri «Poi mi chiamò perché voleva gli affrescassi la cappella di Arcore, cosa che però, non ricordo più il motivo, non si realizzò mai». Ma un collezionista tra i più affezionato al suo lavoro fu Bettino Craxi, che da Segretario del PSI gli comprò dodici tele. Poi, già trasferito ad Hammamet, gli invia una lettera: «Mi ha scritto che stimava la mia opera e mi pregava di andarlo a trovare. Io sono partito, e una volta lì mi propose una mostra nella galleria più grande e prestigiosa di Tunisi. Lì per lì fui contento, mi pareva un’offerta gratificante. Poi però, Craxi voleva dipingessi soggetti orientaleggianti, più adatti insomma al contesto e al luogo. A me, però, degli orientalismi interessava poco. Poi la salute di Bettino peggiorò, e io non ho più voluto disturbarlo».

Prima di andare via mi fa vedere gli ultimi quadri nel suo studio (c’è odore forte di trementina come nei vecchi studi degli artisti), e vedendo che rimango interdetto di fronte a un lavoro che pare non abbia alcuna affinità con i dipinti che conosco e che Rossati ha sempre esposto, mi confessa: «Sto dipingendo frammenti di Roma, perché non vorrei si dicesse di me che ho dipinto sempre lo stesso quadro. In fondo il sogno di ogni pittore è quello di partecipare alla costruzione della propria città. E poi, voglio riuscire a dipingere sempre lo stesso quadro, ma in quadri molto differenti ».

 

 

 

 

Andrea Caterini (Roma, 1981), scrittore e critico letterario, ha esordito con il romanzo Il nuovo giorno, uscito per le edizioni Hacca nel 2008. Ha curato, di Enzo Siciliano, il Diario italiano 1997-2006 (Perrone 2008). È stato ideatore, curatore e coconduttore, insieme a Paolo Sortino e Vittorio Castelnuovo, della rubrica radiofonica Fuori Tempo Massimo (giovani scrittori parlano dei classici della letteratura) in onda su «Radio Città Futura» nella stagione 2008/2009. Collabora con «Nuovi Argomenti» ed è redattore dell’«Annuario critico di Poesia». Cura inoltre le pagine dedicate all’arte del mensile di cultura «Stilos». È in uscita nel 2010 il suo secondo romanzo, La guardia, per la casa editrice «Italic peQuod».

 
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