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INCONTRI

Marco Rossati

DEMOCRAZIA E BRUTTEZZA

Osservando le forme di governo che ricamano la storia, appare innegabile che, in questo mondo crudele e perciò imperfetto, la democrazia sia, parafrasando Voltaire, il “migliore dei mali politici possibili”. Cioè il minore dei mali.

Insomma, la miglior forma d’aggregazione di massa concepibile per la specie umana, la cui tendenza a schiacciare il prossimo non appena gli si presenti l’occasione è facilmente trionfante anche sui suoi propositi migliori.

L’aspetto fondante della democrazia è indubbiamente la sostituzione dello scontro bellico con il voto. Guerre civili, massacri a scopo di religione, di fazione politica o tribale, di campanilismo e quant’altro, sono sostituiti dalla sacralità del volere della maggioranza, anche di “un solo voto”. Sacralità che allontana e spessissimo evita il ricorso al massacro come strumento di conquista del potere o di appianamento delle controversie in generale.

Il principio “una testa un voto”, che ai giorni nostri arriva a prescindere da censo, sesso e razza, costituisce una delle più alte punte di civiltà raggiunte dagli uomini e, certamente, dalla Modernità, che in questo caso merita la emme maiuscola.

L’indispensabilità della democrazia è dimostrata meglio non certo dai suoi tanti limiti e  inadempienze, dove c’è, ma dalle vergogne e dagli orrori dilaganti dove manca.

Solo essa è in grado di realizzare, e in parte lo fa concretamente, le idee di libertà, uguaglianza e rispetto istituzionale del prossimo, nonché di potenziare lo sviluppo sociale, tecnologico e scientifico.

            Esiste, però, almeno un settore di cui la democrazia non ha accresciuto le potenzialità, anzi, le ha decisamente ridotte, non solo bloccandone lo sviluppo, ma, praticamente, facendole regredire a livelli finora collegabili solo a epoche di cupa barbarie.

Parlo del settore artistico, anche se il discorso potrebbe essere esteso all’intero mondo culturale umanistico (sempre più indebolito, a tutto vantaggio del concetto di cultura come fenomeno antropologico, al cui interno coesistono, con uguale “scientifica” dignità, rinascimento e cannibalismo, sacrifici umani e Giacomo Leopardi).

Guardando con occhio disincantato alla storia d’Europa degli ultimi cento anni o poco più, parrebbe che al lento (e speriamo inesorabile) avanzare dei regimi elettorali corrisponda un forse meno lento, ma inequivocabilmente inesorabile abbassamento qualitativo dell’arte.

Facciamo solo qualche esempio tra i più significativi.

Già nell’Ottocento le stenografie impressionistiche, tese a una rappresentazione tutta interna all’esperienza fenomenica e ottica, rinnegavano l’idea di arte come linguaggio del “sacro” che ricopre la terra come rugiada celeste, sostituendola con uno scientismo deterministico di seconda se non terza battuta, spesso noiosamente superficiale e (poiché fruitore di processi razionalistici o pseudo, comunque non analogici o, men che meno anagogici) antitetico per definizione all’essenza stessa dell’esperienza poetica e artistica.

Saltando a piè pari verso i nostri tempi, ecco comparire  il “razionalismo in soldini”, non tanto  di Picasso, quanto dei suoi epigoni d’ogni tipo, cubisti e non.

Mondrian, ad esempio, tanto razionalista da essere allievo di Madame Blavatsky e aspirare a rappresentare, nei suoi quadri a rettangoli, visioni angeliche, teosofiche e spiritistiche; o come Malevic (coi suoi nulla sperimentalistici); o Kandinsky (così sublime, per chi ha fede nella critica modernista!...). E più avanti i Pollock,  i Rothko, i Fontana, i Burri... Insomma, tutti i pargoli di Peggy Guggenheim e tanti, tanti altri.

A costoro, “artisti” della medesima “qualità” e celebrati come eccelsi dalla critica modernista (asinus asinum fricat), nonché alla loro sterminata e famelica prole succedanea, è stato concesso, da ormai quasi un secolo, il potere di imperversare con svergognata arroganza, fornendo agli ideologi del cemento trionfante gli alibi estetici per l’occupazione e la manipolazione (altro che democrazia) della città contemporanea, quanto di più brutto e invivibile mai realizzato su così larga scala.

Contemporaneamente ecco germogliare la fresca, semplicistica dozzinalità del “dada”, frutto, soprattutto, di due “grandi menti”: Duchamp e Man Ray, confronto ai quali, diciamolo, Leonardo non era che un polveroso rompiscatole e Rubens un ampolloso cortigiano.

Tra i sommi capolavori di Duchamp e Man Ray (queste “Belle Cunegonde” oramai museali), c’è  l’aver messo (oh, geni sublimi!) i baffi alla Gioconda! Trasferendo così un gesto da alunni cretini delle elementari, nei cieli più alti dell’arte d’ogni tempo. Grazie, dunque, ai grandi “pensatori” del Novecento, quali Gombrich o Argan!... Grazie di aver reso possibile a qualunque imbecille di fare “Arte”, con l’A maiuscola!...

Il che darà poi l’abbrivio a tutti i “fai da te” delle neo-avanguardie d’esportazione americana di cui oggi siamo vittime distratte e inconsapevoli, come del fumo passivo, dello smog, della bruttezza e della rozzezza dilaganti: le performance, le istallazioni, il poverismo, il minimalismo e tutto il coacervo di cretinerie analoghe, che però fanno tanto chic da essere stati assunti a propria espressione da tanta, troppa sinistra. E troppo amante del potere.

Sì, sono questi uomini e i loro “movimenti di pensiero” ad aver consegnato una sfera da sempre occupata delle menti migliori (non quella politica, mi riferisco a quella dell’arte), alle grinfie di arroganti imbonitori e abili maneggioni.

Ecco, l’aberrante concetto di democrazia come impossessamento popolare delle pratiche del sapere umano (il “fai da te”) ha ormai una forza e una virulenza da malattia terminale.

Speriamo che “questo fai da te” prima o poi non investa anche settori come, ad esempio, la medicina o l’ingegneria aeronautica, altrimenti dovremo farci curare dalle fattucchiere e andremo in Australia con i tappeti volanti.

Altro che faccia tosta, negare che il novanta percento dell’arte contemporanea è smaccatamente brutta! Altro che malafede, non vedere che l’imbarbarimento dell’arte e della cultura sono organici, anziché alla democrazia, all’ulteriore istupidimento, programmatico e globale, del popolo, come si denominava una volta.

Si deve essere affetti dalla biblica cecità di chi non vuol vedere, o in quanto artefice, o in quanto vittima delle pressioni ideologiche mediatiche di cui il neoavanguardismo è compartecipe da decenni.

Il re è vestito! E chi si ostina a vederlo nudo va mobbizzato, buttato fuori da ogni circuito e canale, ignorato, negato, ridotto all’impotenza e al silenzio.

Qui i filo-antropologisti (ce ne sono ormai eserciti, stuoli di “convinti” dal gran cipiglio, anche tra le fila dei bancari) diranno che ogni tempo esprime l’arte sua e la sua idea di bellezza sempre al meglio. E, poiché tutto è relativo, l’arte contemporanea o quella ottoniana, vanno piazzate sullo stesso piano dell’arte toscana o fiamminga dei secoli d’oro.

Insomma, qualsiasi espressione “artistica” domini e imperversi, essa è sempre e comunque, la migliore possibile in Terra, poiché unica, vera espressione del suo tempo.

Più panglossiani di così...

Ma da cosa è costituita la radice del disfacimento artistico (e culturale) attuale se non da una demagogica distorsione dell’idea di democrazia, per la quale l’arte  non deve essere fattibile e comprensibile da pochi, ma godibile da tutti (come un tempo). Macché! Tutti, invece, devono essere “democraticamente” in grado di fare arte! Tutti. Come una di quelle funzioni corporali per le quali ci si chiude in appositi ambienti arredati dalle splendide fontane di Duchamp.

Che importa se l’esito è il precipizio della qualità e la benedizione della stupidità e dell’appiattimento mentale. Che importa se tuttora la gran maggioranza della gente di questa “arte” se ne infischia, se ne tiene, infastidita, alla larga. Col tempo e coi lavaggi del cervello mediatici sempre più aggressivi si riuscirà a convincere tutti.

Questa “Arte di Stato Globale” (sì, di vera e propria arte di Stato, si tratta, sovvenzionata, distribuita e ineludibile, pena gravi sanzioni; come quella fascista e comunista), questa “Arte di Stato Globale” genera torrenti di imbecillità sempre più straripanti con cui sommergere il mondo: quintali, tonnellate, navi di carta stampata che non leggerà mai nessuno, ma che serviranno a impressionare l’attonito uomo della strada con il solo imperio della loro voluminosissima esistenza. E, soprattutto, ore, anni, secoli di televisione, cinema e immagini ferme o mobili d’ogni tecnologia e tipologia che faranno di tutti i cervelli umani un unico ammasso, un unico modo di pensare, una sola sincrasia.

Ormai viviamo tempi in cui la “persuasione”, da occulta che era (e, in quanto tale perfino un po’ eccitante, almeno per gli amanti del thriller) si è fatta arrogante, smaccata, martellante e noiosa.

Bisogna stimolare l’insofferenza culturale e artistica. Bisogna creare un’opposizione compatta, organica ed eroica, oggi inesistente.

Chi ha detto che alla democrazia debba essere associata un’arte brutta? Chi ha detto che il Libero Cittadino debba trasformarsi totalmente in consumatore, divenendo così più imbecille perfino del suddito?

I greci, che la democrazia avevano cominciato a sperimentarla e come, si guardavano bene dal gettarsi addosso la maledizione di un’arte brutta.

Perché noi ce ne lordiamo?   

Funzione dell’artista e dell’intellettuale è, oggi più di prima, indicare la dimensione perduta del discorso artistico, decodificando, anziché facendole assurgere a estetica, le approssimazioni della percezione quotidiana, attraverso una sintesi dalla quale di nuovo affiori nella civiltà quella metodologia e mitologia del linguaggio oggi rinnegata, fondata sulla credenza di una realtà fondamentale e perduta, che può essere ritrovata e fatta vivere dalla forza della vera arte.

 

                                                                                     Marco Rossati                                 

                                                                             

 

Febbraio 2011


 

Gennaio 2011

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 
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